Word fuorilegge, supermulta per Microsoft
Il verdetto è definitivo. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha sentenziato che Microsoft dovrà pagare una molta da ben 290′ milioni di dollari per aver violato i brevetti di un’azienda canadese, la “i4i”, includendo il formatoXML all’interno di Word.
I fatti risalgono al 2007, quando la i4i denunciò la società di Redmond, condannata in primo grado del 2009, condanna che ha sentenza d’appello della Corta Suprema ha ora riconfermato, chiudendo definitivamente la vicenda.













Microsoft esce battuta dalla battaglia sulla tecnologia Custom XML: anche la Corte Suprema l’ha condannata, con una decisione all’unanimità, al pagamento dei danni per violazione brevettuale.
La battaglia legale per la tecnologia Custom XML tra Microsoft e l’azienda canadese i4i aveva visto Redmond rivolgersi alla Corte Suprema come ultima spiaggia, dopo che tutti gli altri gradi di giudizio gli avevano dato torto riconoscendo sempre le ragioni dell’accusa.
La battaglia brevettuale tra Microsoft e la canadese è stata lunga, senza esclusione di colpi e con qualche posizione apparentemente paradossale: rivolgendosi alla Corte suprema per il brevetto i4i 5,787,449 sull’editor Custom XML Redmond ha creato un fronte eterogeneo e non comune (che andava da Google a Red Hat, passando per Electronic Frontier Foundation), a supporto della sua richiesta di riforma dei parametri legali su cui i giudici decidono in merito alle infrazioni di brevetto.
Contro questa presa di posizione, a favore dunque di i4i, si era schierato un’altrettanto ampia schiera di supporter tra cui il Governo.
La nuova condanna significa per Microsoft dover pagare 290 milioni di danni che potrebbero essere aumentati dal momento che è ancora in piedi il caso microsoft-i4i davanti all’Ufficio brevettuale statunitense.
Conseguenze anche per i clienti Microsoft che ora rischiano di perdere i dati legati a la tecnologia custom XML, o di conservarli avendola in licenza per 249.99 dollari.
Dal punto di vista della normativa, sulla cui riforma si era concentrata Redmond, nulla è cambiato anche perché secondo gli otto Giudici della Corte Suprema spetta al Congresso riprendere in mano l’intera questione, non al potere giudiziario che può solo rimanere nel tracciato dei precedenti.
Microsoft, intanto, ha dichiarato che “continuerà a chiedere cambiamenti per prevenire gli abusi del sistema brevettuale e proteggere gli inventori che hanno brevetti che rappresentano vera innovazione”.
Come è facile immaginare, il problema enucleato dalla vicenda non risiede tanto nel pagamento in sé che, pur cospicuo, per Microsoft non incide più di tanto se si considerano i 40 miliardi di dollari cash di cui dispone. Neppure c’è da preoccuparsi per il futuro di prodotti come Microsoft Word, l’evidente obiettivo contro cui s’è scagliata l’azienda: modificarlo per evitare di incorrere nelle maglie brevettuali è difficile ma non impossibile, come non è impossibile l’ipotesi di corresponsione dei diritti.
Quel che più rileva nella vicenda è invece un certo stravolgimento delle consuetudini in ambito giudiziario, sinora rigidamente ancorate al Patent Act del 1952, legge USA che regola i brevetti. Essa dice soltanto che i brevetti sono “presunti validi” e che l’onere di provarne la non validità / applicabilità spetta alla parte che lo afferma. Non è però evidenziato dalla predetta norma quale tipo o livello di prova è necessario portare perché una corte possa essere convinta dell’effettiva non validità / applicabilità di un brevetto, come non specifica se la prova debba essere, similmente all’ambito penale statunitense, “oltre ogni ragionevole dubbio”, oppure se rifarsi al criterio dell’ambito civile, ossia quello della rottura dell’equilibrio di evidenze, dove una delle due parti dimostra con maggiore probabilità di essere nella ragione.
Con quest’ultima sentenza si crea di fatto un precedente destinato a fare giurisprudenza, che rende molto meno lasco il legame tra la prova da portare e la concessione del consenso all’avvenuta violazione. In breve, perché la violazione venga riconosciuta, ora occorre portare “prove chiare e convincenti che un brevetto non sia valido o applicabile”. Tali prove, secondo i giudici, da parte di Microsoft non sono state portate: l’azienda avrebbe tentato, in sede di lite, di “abbassare lo standard probatorio” necessario per ribaltare l’opinione del giudice, facendo scattare la molla dell’irrigidimento e scatenando il parere contrario.